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Thedynaplex Network

Febbraio 27, 2018

Il mondo ha bisogno della Design Driven Innovation

In occasione degli Italian Design Days, in collaborazione con il centro di promozione culturale, economica e commerciale Italiana a , il nostro direttore accademico Riccardo Balbo terrà una conferenza sull’innovazione orientata al design dal titolo Design Driven Innovation: how to achieve a better world.
Gli abbiamo fatto alcune domande per approfondire questo tema.

 

Quali caratteristiche dovrà avere la società per confrontarsi con le sfide che ci attendono?  È la sostenibilità la chiave di tutto?

Buzzwords come complessità, sistemi, ibridazione, design, etica, coraggio, ritengo siano le inevitabili frequentazioni di chi vorrà schierarsi in prima linea per definire scenari di miglioramento. A questo abbiamo dato il nome di innovazione.
Esistiamo e continueremo ad esistere soltanto grazie all’innovazione. Non ci sono modelli precostituiti: ci sono fasi più dirompenti che si alternano a momenti di aggiustamento sotto traccia; ma il processo è un continuum senza interruzioni. T. Kuhn li definiva cambi di paradigma, oggi parliamo di fenomeni disruptive perché tutto va più veloce, e ci si accorge di fenomeni innovativi che una volta parevano essere diluiti nel tempo.

Il modo più sensato per misurare l’innovazione è stabilire degli indicatori che registrino il miglioramento di un settore: affondano meno navi, si vedono persone lontane senza viaggiare, si viaggia inquinando di meno. Misurare il miglioramento di un settore – grande o piccolo che sia – dà la misura di quanto si è innovato. Certo alla fine è sempre un problema di condivisione di valori: oggi ad esempio si innova nella salvaguardia ambientale perché si è deciso che l’ambiente è un valore, mentre 200 anni fa non era così; si fa innovazione sociale con progetti di integrazione e inclusione, 70 anni fa si parlava di razze perfette.

Per crescere in maniera sostenibile dovremmo puntare alla condivisione, all’inclusività, alla comunicazione, alla velocità nella regolamentazione dei processi. Troppe volte sento evocare la sostenibilità in una forma banalizzata che la riduce quasi ad un certificato energetico. Sostenibile è tutto ciò che migliora una condizione senza peggiorarne altre, nel presente e nel futuro. È necessario un continuo sforzo di zoom in e zoom out che ci dia riscontro sugli effetti vicini e lontani (nel tempo, nello spazio e nei sistemi) delle soluzioni su cui si riflette. Sono soprattutto le ricadute etiche dell’innovazione il vero aspetto da tenere sotto controllo.

 

Considerando che la nostra società è in continua e rapida trasformazione, si possono creare dei modelli che siano, allo stesso tempo, stabili, innovativi e sostenibili

L’innovazione è comunque e sempre esito delle richieste, delle aspettative, dei sogni e delle paure di una società. Sono implementate da uomini che ascoltano il mondo in cui vivono e si ingegnano per offrire soluzioni che nessuno aveva pensato prima. L’innovazione parte dal nostro vicino. In alcuni settori le organizzazioni piccole e snelle sono più “responsive” e quindi una moltitudine di agenti di cambiamento (così mi piace definire le start up) può avere effetti più diffusi. Sono le capacità di osservare i fenomeni in scala micro e al tempo stesso macro che insieme producono agenti di cambiamento. Le start up di successo riescono creare circuiti locali e globali. I governi hanno in mano gli strumenti per indirizzare, accelerare o frenare sia i modelli di sviluppo che i settori sui quali imprimere maggiore innovazione.

In questo senso il design – quello autentico – è espressione di innovazione sostenibile allo stato puro. Non ci sono limiti etnici in questo processo, sebbene vada sempre tenuto in conto che l’innovazione è innanzitutto legata alle necessità di una collettività, dove la dimensione culturale ha un peso fondamentale. Quindi il vero tema è come fare convivere la dimensione globale con quella locale.

 

Per innovare la soluzione è puntare alle nuove generazioni?

Non ci sono persone più o meno utili. Ogni persona è potenzialmente agente di innovazione e quindi coprotagonista. Il problema semmai è la mancanza di comunicazione, l’esitazione, la poca curiosità. La bella notizia è che l’innovazione coinvolge tutti senza distinzioni di cultura, ricchezza e condizioni. In qualunque processo esiste un punto in cui l’innovazione viene consegnata alle persone, che la validano o la scartano attraverso i normali percorsi di uso: certo ha molto più senso coinvolgere utenti e lavoratori prima delle fasi di test finale. I giovani per loro attitudine alla vita hanno più coraggio, più intraprendenza, più curiosità: sono naturalmente più facilitati ad innovare. Ma ritengo che siano comunque necessari caratteri personali, più che generazionali. Per anni mi sono occupato di rigenerazione urbana nei quartieri informali del mondo: ho visto un livello di innovazione in molte favelas, il cui unico problema è che nessuno si sognerebbe di fare emergere.

 

Parlando del suo campo specifico, come si può insegnare l’innovazione sostenibile? 

L’innovazione non sostenibile non esiste, ovvero non è innovazione. I suoi germi progettuali sono ovunque, in ogni settore, in ogni lavoro. Per quanto mi riguarda, non sono così convinto di avere un campo specifico, e questo è proprio il punto di partenza per essere un innovatore. Imparare ad innovare implica allenarsi ad ascoltare, a guardare al di là dei pregiudizi e delle ricette, conoscere e frequentare altri settori, altri mondi; è importante essere curiosi e coraggiosi a sufficienza da provare a mescolare in maniera irriverente le cose, e vedere cosa succede.
E poi, al di là di tutto, tanta, tantissima etica.

 

 

Riccardo Balbo – Architetto, PhD in Progettazione architettonica digitale e sistemi complessi, Direttore accademico Thedynaplex Italia.

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